“Il calcio è solo un gioco” si diceva un tempo. Ma continuare a ripetere questa solfa dopo il disastro del movimento calcistico italiano negli ultimi anni è sintomo di profonda malafede. Perchè il calcio è parte integrante dell’identità italiana e pervade ogni aspetto della vita pubblica, sociale e culturale del Bel Paese. Attorno al calcio girano centinaia di migliaia di posti di lavoro e milioni di euro, è un buisness enorme troppo importante per l’Italia. E inevitabilmente i suoi successi, come i suoi fallimenti, sono uno specchio di quello che è l’Italia. Un paese bloccato dal familismo e dall’amichettismo, da una classe dirigente profondamente anziana (specchio di un paese anziano) e sull’orlo del collasso sociale e demografico. Il calcio, esattamente come altri settori dell’economia e della politica italiana, è ostaggio di dinamiche da signoria feudale alto medievale o para-mafiose.
Mentre il calcio (nonostante il buisness che ha e i finanziamenti federali) naufraga, l’Italia sviluppa dei movimenti sportivi eccellenti nel tennis, nel rugby e nell’atletica. Cosa c’è che non va dunque nel movimento calcistico italiano?
Gravina è solo una parte del problema: l’intero sistema va raso al suolo
Il fatto che Gravina non abbia ancora dato le dimissioni dopo il disastro di Zenica è sintomo di un paese dove esiste la cultura del posto fisso, del rimanere attaccati alla poltrona e della totale mancanza di responsabilità. Al confronto il compianto Tavecchio aveva mostrato molta più decenza, non solo ha dato le dimissioni ma ha chiesto che il consiglio federale facesse lo stesso (cosa che il consiglio federale non ha fatto). E il vergognoso decreto crescita del 2019 voluto dall’attuale presidente federale ha solamente peggiorato una situazione disperata. Gravina però è solo una parte del problema, perchè dopo l’eliminazione ai play off mondiali del 2022 Gravina non solo non è stato mandato via ma è stato pure rieletto. Col 99% dei consensi peer giunta. Il problema quindi è molto più radicato di quello che si possa pensare. I club italiani, il Consiglio Federale, il Sistema Calcio del Bel Pese è responsabile a ogni livello del disastro a cui stiamo assistendo. Sono le stesse società italiane le prime che hanno causato questa situazione.
Quali sono i problemi del calcio
I probemi sono davvero troppi e richiedono ognuno una soluzione diversa: la mancanza degli investimenti sui giovani, i troppi stranieri (oltretutto scarsi, perchè quelli forti vanno in Premier), giocatori italiani monocorde costruiti solo secondo parametri fisici e non tecnici (da qui la mancanza totale dei numeri 10 o degli esterni italiani in grado di saltare l’uomo), i fallimenti innumerevoli delle squadre tra Serie C e Serie D, la mancanza di stadi di proprietà, lo strapotere dei procuratori e degli agenti, gli errori arbitrali e le designazioni controverse, il trattamento vergognoso contro tifoserie e gruppi ultras, la comunicazione ambigua della squadre, il collasso delle scuole calcio italiane, la sterilità tattica della Serie A (il campionato del 3-5-2 a 20 squadre con formazioni che arrivano a Febbraio che non hanno più obbiettivi) e il livello sempre più scadente della forma.
E no, i soldi non mancano, la Serie A è il secondo campionato in Europa che spende più soldi. Il campionato italiano è superato solo dalla Premier per investimenti, il calcio italiano investe molti più soldi rispetto a Bundesliga, Ligue 1 e Liga Santander. L’Italia non è contro i giganti, il gigante è l’Italia. Un gigante dai piedi d’argilla che viene regolarmente abbattuto dai piccoletti di turno.
E no, non è il caso di fermarsi troppo sula sfida persa con la Bosnia. perchè 30’anni di fallimenti calcistici non possono essere liquidati tutti sul rosso di Bastoni, il rigore sbagliato da Esposito, dalla condizione fisica di Retegui o i gol sbagliati da Kean. Perchè l’Italia è arrivata a giocarsi la vita a Zenica dopo che ne ha prese sette in due partite dalla Norvegia. Il problema è cominciato nel 2006, subito dopo la vittoria del mondiale. Ma per risolvere i problemi strutturali è necessaria una riforma profonda ed estesa del sistema calcio. Ma sembra molto difficile raggiungere questo obbiettivo.
Come cambiare le cose in Italia: il modello spagnolo, quello tedesco e quello francese
Il modello italiano è chiaramente fallito. Ma si può attuare una cambiare questo sistema? I modelli alternativi esistono. Se il modello inglese non è replicabile per la superiorità di risorse messe a disposizione dai diritti TV della Premier (cosa che in Italia non si vuole toccare), si guardi invece ai modelli di Spagna, Germania e Francia. Questi paesi hanno campionati in cui si investe mediamente lametà del denaro che circola in Serie A e si sono mostrati più efficaci.
Il modello spagnolo e tedesco mostra la possibilità di costruire un sistema calcio legato col territorio e con lo sviluppo dei giocatori affidato alle realtà territoriali o regionali. A questo si affianca una gestione dei club che vede il coinvolgimento attivo dei tifosi, che fanno da azionisti e tengono quote delle società. Chiaramente, per le caratteristiche del Bel Paese, questo è un assetto fantascientifico. I proprietari dei club non hanno interesse a investire dei giovani e tantomeno a coinvolgere le tifoserie nella gestione dei club (con addirittura il diritto di votare il presidente come nel caso del Barcellona). Loro preferiscono una gestione familistica e da signoria medievale, che non viene risolta nemmeno dalle proprietà straniere poichè anche queste ultime si affidano a “fiduciari” locali incapaci con risultati disastrosi. Unica eccezzione è il Como, con società, squadra e organici tecnici composti interamente da stranieri (ma quest’ultimo è anche il rovescio della medaglia per l’Italia). E infine, la stessa federazione non ha interesse a delegare troppo agli enti locali. La federazione preferisce affidarsi a dei cartelli personalistici/familistici come corpo intermedio con cui dialogare col territorio. L’Italia del resto non ha una storia di federalismo e autonomie come la tengono invece Spagna e Germania. Le nazionali sono il prodotto di un lungo percorso di formazione che parte dai vivai (la Cantera del Barcellona o le giovanili del Real Madrid, ad esempio) e porta ad avere delle nazionali che sono strutturate come squadre di club.
Quindi si può proporre un modello centralizzato se uno federale/regionale non funziona? No, e la risposta arriva dall’analisi del modello Francese. La Francia, dopo i disastri degli anni ’90 con le mancate qualificazioni a Italia ’90 e USA ’94, ha attuato un modello centralizzato per poter portare i propri giovani a essere tatticamente formati e fatti crescere in modo adeguato. L’afflusso di calciatori dalle ex colonie, formati e addestrati da istruttori europei, ha contribuito a costruire giocatori potenti fisicamente ma anche tatticamente preparati. Ma l’Italia potrebbe fare lo stesso? Assolutamente no. Nonostante una struttura “centralizzata”, lo stato italiano non è abbstanza forte per replicare il modello francese. La Francia ha una lunga storia di centralismo e interventi dello Stato. Il Bel Paese, con i suoi bizantinismi e le sue mille anime, non potrebbe mai accettare un sistema troppo centralizzato o un eccessivo interventismo della Federazione. Il sistema calcio italiano è un agnello in europa quando c’è da costruire un progetto vincente ma sono leoni in Italia quando c’è da difendere i propri privilegi. A poco valgono quindi le minacce di commissariamento da parte del Governo contro una FIGC che ormai è odiata da tutta la popolazione italiana.
Non c’è via d’uscita
Il crollo del calcio italiano è il risultato di tanti fattori, non solo sportivi, ma strutturali e sociali. Ed è lo specchio dei tanti problemi della società italiana che sta andando incontro a una lenta e dolorosa morte. Parti sociali, classi dirigenti, elite economiche e politche, associazioni e realtà sportive sono tutte complici di questo scempio. E anche gli italiani che non fanno nulla per farsi sentire sono complici del collasso che sta avvenendo. Gli italiani evidentemente sono un popolo stanco e non vogliono per primi un cambiamento troppo radicale del sistema. Evidentemente la situazione attuale va bene a tutti e non ci sarà nessuna rifondazione. L’Italia è il paese del Gattopardo, il paese in cui tutto cambia senza che cambi realmente nulla. Il paese di cui parlava Manzoni, quello dei Don Rodrigo, dei pulcinellismi e delle furberie. E no, questo non riguarda solo il calcio.
Allora, forse, il collasso del sistema calcio (e non solo) non è poi un così brutto scenario. Ma la malignità di questo sistema consiste proprio in questo, ovvero nel fatto che riesce a campare alla giornata e a sopravvivere facendo “poco” nel nome dell’italianissima arte dell’improvvisazione. E anche un collasso in queste condizioni sembra molto complicato. La verità è che il sistema italiano si è costruito nel corso dei secoli per evitare ogni tipo di cambiamento, riforma o rivoluzione troppi radicale. Un paese troppo centralista per essere federalista ma anche troppo federalista per essere centralista.



