“Chi si lamenta degli arbitri è un provinciale”, diceva il grande Gianni Agnelli, sempre elegante e ironico nel trattare il tema tutto italico delle “lamentazioni”. Eppure in questo nostro bel Paese dove i “martiri professionali” e i “nemici del Palazzo” sembrano spesso i nuovi furbi, qualcosa non torna. A furor di popolo si era acclamato l’arrivo del Var come la panacea di tutti i mali, ossia il rimedio infallibile al dominio juventino che aveva portato allo storico traguardo dei 9 scudetti di fila, uno strumento finalmente in grado di togliere potere agli arbitri e dimostrare che la forza dei Bianconeri era solo un gran complotto, ordito poi chissà da chi.
Quindi il Var, questo nuovo Oracolo di Delfi che custodisce la verità assoluta e inoppugnabile, arriva per simboleggiare una nuova alba del calcio italiano e crepuscolo delle gioie juventine. Ma in un universo dove ogni cosa è relativa, come affermava Albert Einstein, anche la presunta infallibilità della nuova moviola in campo può risultare discutibile. Infatti, se il Var giudica regolare il contatto tra Iling Jr e Ndoye in Juventus-Bologna, o ancora in campo il pallone controllato da McKennie in Juventus-Lazio, una schiera di opinionisti e giornalisti comincia subito a mettere in discussione la nuova tecnologia che avrebbe dovuto liberare il calcio italiano dai furti juventini.
Una tecnologia che in verità ha palesato più di qualche (grave) incertezza, come nel famigerato finale di Juventus-Salernitana dello scorso anno con un gol clamorosamente annullato a Milik, o durante l’ultimo Sassuolo-Juventus con l’incredibile espulsione non inflitta a Berardi per un intervento che sarebbe stato cruento persino in un incontro di arti marziali. Il problema quindi dove si pone? Probabilmente, direbbero le persone sobrie e imparziali, nel fatto che dietro ogni strumentazione c’è sempre l’occhio umano, imperfetto e quindi portato comunque all’errore. Ed è infatti la debolezza umana il vero inghippo.
Nessuna persona (probabilmente neanche i più accaniti complottisti, interessati forse solo a sminuire le vittorie altrui e a giustificare i fallimenti propri) infondo pensa che un arbitro possa scendere in campo con la volontà o l’ordine di favorire questa o quella squadra. Ma l’arbitro è un uomo e come tale è sottoposto a timori, paure, incertezze e debolezze. Proviamo per un istante a indossare i panni di un arbitro che sta dirigendo una partita della Juventus: di fronte a un episodio dubbio in favore dei Bianconeri cosa può passare in quel momento per la sua mente? Fischiare magari un giusto rigore o dare un sacrosanto rosso, col rischio di una gogna mediatica fatta di moviole, radar e scanner con i quali analizzare il singolo episodio, alla ricerca di un barlume di dubbio per poi gridare al complotto pro Juventus? Oppure soprassedere, lasciar correre, con la consapevolezza che nessuno si indignerà dell’errore e che neanche la stessa Juventus, così ancorata al suo antico e aristocratico stile sabaudo, si lamenterà?
Certo, il dilemma non si pone di fronte a un arbitro dotato di carisma e personalità, fortunatamente presenti nel nostro campionato. Ma nel caso di un giovane arbitro? Come andrebbero le cose? Rischierebbe l’esordiente o comunque novello fischietto di andare incontro poi a una settimana infervorata dal solito clima antijuventino? Accetterebbe il rischio di uno stop imposto per volere popolare e istigazione delle TV che richiedono audio, sequenze e interventi del designatore arbitrale per spiegare l’increscioso episodio? Ovviamente, guarda caso, sempre riguardante la solita squadra, ossia quella bianconera?
Ecco, su questo bisognerebbe fermarsi a riflettere. Su questa pseudo sudditanza verso l’insopportabile e ossessivo clima antijuventino che ormai infiamma questo Paese. Su questa pressione mediatica e popolare che, inconsciamente, spingerebbe un arbitro a non fischiare mai a favore della Juventus per un banalissimo “quieto vivere”. Gianni Agnelli diceva che lamentarsi è da provinciali, ma Giulio Andreotti ripeteva che a pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina.



