Danilo titolare in nazionale e il Brasile vola con l’ex bianconero titolare. Dopo la Coppa Libertadores con il Flamengo, l’ex Capitano è un rimpianto?
La parabola di Danilo: dall’emarginazione in bianconero al riscatto internazionale
Il calcio sa essere uno sport dalle dinamiche repentine e spietate, capace di ribaltare gerarchie e destini nel giro di pochissimi mesi. Ne è la perfetta dimostrazione la parabola di Danilo, che fino a un anno fa veniva descritto come un vero e proprio peso all’interno dei piani societari della Juventus, un elemento da allontanare il prima possibile secondo le linee guida tracciate dal direttore sportivo Cristiano Giuntoli. Considerato improvvisamente estraneo al nuovo progetto tecnico della Continassa, il difensore sembrava destinato a un declino lontano dai palcoscenici che contano. Al contrario, la sua storia ha preso una piega del tutto inaspettata, trasformando quello che appariva come un addio inevitabile nell’inizio di una clamorosa e rumorosa rivincita personale.
Il riscatto del Capitano
Il riscatto del calciatore si è compiuto lontano da Torino, precisamente in patria, dove ha continuato a scendere in campo, a conquistare trofei e a dimostrare un livello di rendimento elevatissimo. Questa costanza nelle prestazioni gli ha permesso di guadagnarsi sul rettangolo verde una prestigiosa chiamata con il Brasile per la fase finale della Coppa del Mondo. La vera consacrazione di questa rinascita è arrivata proprio sul palcoscenico iridato: dopo aver disputato la seconda metà della gara d’esordio dei verdeoro, Danilo si è ripreso con forza la maglia da titolare nei due incontri successivi, giocando da assoluto trascinatore e guidando la propria Nazionale con la leadership e l’esperienza che la dirigenza juventina aveva deciso di archiviare con troppa fretta.
Un enigma irrisolto
Di fronte a prestazioni di tale spessore all’interno del torneo più selettivo e importante del pianeta, emerge un forte dubbio che chiama direttamente in causa la gestione tecnica e societaria della Juventus. Risulta infatti estremamente complesso spiegare, sotto il profilo puramente calcistico, come un atleta liquidato con tanta superficialità come un esubero di cui sbarazzarsi sia riuscito, nel giro di pochissimo tempo, a rivelarsi ancora così determinante ai massimi livelli mondiali. Resta la netta sensazione che a Torino, condizionati dalla fretta di rinnovare la rosa, Thiago Motta e Cristiano Giuntoli abbiano commesso un gravissimo errore di valutazione strategica e umana.



