Juventus, McKennie a tutto campo: l’elogio a Spalletti e i segreti di CR7
Weston McKennie è diventato un pilastro imprescindibile della Juventus. Attraverso un’intervista esclusiva ai microfoni di DAZN, il centrocampista statunitense ha ripercorso le tappe fondamentali della sua crescita in bianconero, svelando aneddoti sulla sua vita privata e sui grandi campioni con cui ha condiviso lo spogliatoio.
Dopo stagioni di apprendistato, McKennie ha trovato la sua dimensione ideale a Torino, diventando un elemento cardine per la squadra. La sua evoluzione tecnica e tattica è stata premiata lo scorso marzo con un rinnovo contrattuale che lo lega alla “Vecchia Signora” fino al 2030.
McKennie: un calciatore fuori dagli schemi
Nonostante il successo, Weston mantiene un approccio genuino e distaccato rispetto ai cliché del mondo del calcio. Ama definirsi una persona poliedrica che non permette allo sport di assorbire ogni istante della sua giornata.
“Non sono ciò che ci si aspetta quando si pensa a un calciatore professionista, ho conservato il mio lato bambino e mi godo la vita. Sono simile alle altre persone, amo il calcio ma sono più di un calciatore. Mi piacciono la musica e il golf, ho dei cani e cerco di non limitare la mia vita al solo calcio. Quando finisco gli allenamenti cerco di godermi le cose semplici della vita e non guardo tanto sport, mi piace solo giocarlo”.
Il periodo buio e il valore della famiglia
Il percorso dell’americano non è stato privo di ostacoli. L’infortunio al piede subito nel 2022 ha rappresentato uno spartiacque psicologico, portandolo a riflettere sul proprio futuro oltre il rettangolo verde.
“Il momento più difficile della mia carriera è stato nel 2022, quando mi sono rotto il piede. Non ero in grado di fare nulla, di giocare a calcio o di camminare. È stato in quel momento che mi sono reso conto di quanto fosse importante la vita al di fuori del calcio: cosa avrei fatto se non avessi potuto continuare a giocare? Ero devastato, stavo facendo una buona stagione ed ho potuto riprendere solo dopo tre mesi, ma allo stesso tempo mi sono goduto altre cose”.
Fondamentale, in ogni fase, è stato il supporto dei propri cari. McKennie riconosce nel padre e nella madre le figure che gli hanno trasmesso disciplina e gioia di vivere.
“Mio padre ha sempre aiutato molto me e la mia famiglia. Se non fosse stato nell’esercito non saremmo mai andati in Germania e, magari, non avrei mai fatto il calciatore. A volte ci mancava perché era via per lunghi periodi e mia madre doveva farsi carico di tutto. La mia famiglia è tutto per me. Mia madre mi portava agli allenamenti, mio padre mi ha insegnato la disciplina, mio fratello doveva sempre portarmi in giro con i suoi amici, mentre mia sorella era ed è iperprotettiva. Mi hanno sempre detto che nella vita bisogna divertirsi, perché quando non succede quello che fai non ha più senso”.
Dagli esordi in Germania al sogno Juventus
Il legame con il calcio è nato quasi per caso durante l’infanzia in Germania, dove McKennie dovette scegliere tra il calcio europeo e il football americano. Una scelta felice, visti gli esordi fulminanti:
“Quando ho iniziato a giocare in Germania nella squadra della mia città, Otterbach, il mio allenatore David Muller cercava sempre di darmi delle responsabilità, perché credo che vedesse qualcosa in me. Anche se avevo sei o sette anni, mi diceva sempre che sapevo di essere il migliore e che dovevo assumermi delle responsabilità. Nella mia prima partita ho segnato otto goal”.
Oggi, Weston è orgoglioso di rappresentare gli Stati Uniti in uno dei club più prestigiosi al mondo, rispondendo sul campo a chiunque avesse dubitato del suo valore.
“Credo di non aver ancora realizzato cosa significhi essere il primo americano a giocare per la Juventus, me ne renderò conto solo a fine carriera. Qualcuno in passato ha pensato che non fossi all’altezza? Penso che i fatti parlino da soli e che mostrino cosa ho fatto fino ad ora. Ognuno poi ha la propria opinione”.
L’impatto di Spalletti e il mito Ronaldo
L’intervista tocca anche il rapporto con gli allenatori. Per McKennie, l’attuale guida tecnica rappresenta il punto più alto della sua carriera professionale per carisma e gestione umana.
“Vado molto d’accordo con Spalletti. Ogni giocatore ha bisogno di divertirsi, ci sono aspettative diverse su ognuno di noi. Il mister mi dà un senso di sicurezza. Quando ti rimprovera non lo fa mai in maniera cattiva, lo fa sempre per farti migliorare. Ho fatto tante esperienze diverse: alcuni allenatori ti mortificano, mentre lui, grazie alla sua personalità, ti fa pensare sempre che devi migliorare, attira la tua attenzione ogni volta che parla, ha esperienza ed è saggio. Dice sempre che si possono dribblare quattro avversari, far goal ed essere felici, ma anche che se fai un bell’assist le persone felici sono due. Per questo motivo dico che è il miglior allenatore che ho avuto in carriera: lo dicono i numeri e il modo in cui gestisce la squadra lo rende un ottimo allenatore”.
Infine, un pensiero non può che andare a Cristiano Ronaldo, esempio vivente di abnegazione e professionalità estrema.
“Giocare con Cristiano Ronaldo è stato incredibile. Tutto ciò che si sente su di lui e sulla sua professionalità è vero. Tornavamo alle tre di notte dalle partite e lui, invece di tornare a casa, andava a farsi un bagno gelato. La mattina dopo una partita difficile, lui era in palestra ad allenare il suo corpo. Era qualcosa che avevo bisogno di vedere con i miei occhi per crederci”.



