Non è solo il 2-1 di Napoli a tenere sveglia la notte bianconera: è il gorgo interno alla società che rischia di inghiottire tutto. Damien Comolli, l’amministratore delegato francese scelto da John Elkann come architetto di una “rivoluzione data-driven”, è diventato il capro espiatorio di un caos che va oltre il campo. Settima in Serie A a -8 dalla vetta, con Spalletti che ammette “somme da tirare” dopo esperimenti falliti come Yildiz falso nove, la Juventus naviga in acque torbide dove l’algoritmo prometteva gol e ha consegnato bidoni. Il Giornale lo dipinge come un “mistero buffo”: un manager che snobba la lingua italiana, teme le icone storiche come Giorgio Chiellini e ha trasformato il bilancio in un incubo, con operazioni estive da 180 milioni che hanno prodotto Openda (1 gol), David (zero) e Cabal (già fuori ruolo).
I malumori filtrano da settimane, ma il ko al Maradona ha aperto le dighe. Fonti interne parlano di un CdA spaccato: Comolli, con il suo entourage transalpino (il vice Modesto, anonimo e ininfluente), ha licenziato Tudor senza conoscerne il DNA juventino e ha corteggiato Gasperini come un novizio, perdendolo per la Roma. “Si comporta da piccolo zar, isolandosi e ignorando la storia del club”, confidano collaboratori al Corriere della Sera, che aggiungono: “Teme l’ombra di Chiellini, figura globale che in incontri internazionali viene osannata, mentre lui si nasconde dietro dati e analytics che non funzionano”. Il francese, ex Liverpool e Tottenham, ha ereditato un organico devastato dal post-Calciopoli, ma ha peggiorato tutto: niente ds titolare (la short list con Ottolini e Gow resta lettera morta), esoneri impulsivi e un mercato che ha intossicato il bilancio con rosso da 400 milioni. Elkann, che smentisce voci di cessione ma apre a investitori esterni, tace: “La tradizione Agnelli è un alibi per i tifosi”, tuona un ex dirigente, evocando il parallelo con la Ferrari, dove un altro francese (Sainz? No, il team principal Vasseur) dirige con risultati deludenti senza scossoni.


